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A fior di pelle. Il calco dal vero nel secolo XIX

15 settembre – 17 novembre 2002

Esposizione ideata dal Musée d'Orsay a Parigi (Edouard Papet), in collaborazione con il Museo Vela a Ligornetto (Gianna A. Mina Zeni), il Henry Moore Institute a Leeds (Stephen Feeke) e la Hamburger Kunsthalle (Jenns Howoldt).

La mostra A fior di pelle. Il calco dal vero nel secolo XIX che approda a Ligornetto dopo le tappe di Parigi, Leeds e Amburgo, presenta, attraverso un'ampia selezione di opere in cera e in gesso, nonché di dipinti e di opere di grafica – molte della quali esposte per la pirma volta – la tecnica del calco dal vero nel XIX secolo, privilegiando l'impronta sul vivo.

La pratica del calco dal vero è largamente diffusa nel XIX secolo, periodo in cui essa intrattiene dei legami particolari con l'arte e la scienza. A specchio delle pratiche artistiche, l'esposizione presenta dei calchi frenologici, etnografici, ma anche medici, zoologici e botanici che costituiscono così un panorama variegato di una tecnica largamente diffusa nella sfera privata e pubblica nel XIX secolo.
Il calco dal vero legato al culto della memoria incontrò un certo favore negli ambienti borghesi per tramite delle maschere, prese sul vivo o mortuarie, dei calchi di mani d'artisti, di celebrità politiche, letterarie o mondane, come la contessa di Castiglione. Più modeste testimonianze di affezione si accumularono talvolta negli interni, per formare degli autentici reliquiari laici.

Procedimento consueto dello scultore, pezzo di documentazione o ricordo affettivo, il calco dal vero, grazie alla sua riproduzione perfetta della realtà, ha molto presto sollevato delle vive polemiche nel corso del secolo. Per Baudelaire, "lo scopo della scultura non è di rivaleggiare con dei calchi", quanto a Rodin, "copiare strettamente la natura non è lo scopo dell'arte. Un calco dal vero è la copia più esatta che si possa ottenere, ma è senza vita, non ha né il movimento, né l'eloquenza, non dice tutto".

Il maestro del realismo francese, Jules Dalou, ha perfettamente riassunto nei suoi appunti personali il sentimento comunemente condiviso a proposito del calco dal vero: "Né il calco dal vero né la fotografia sono e saranno mai arte. Questa esiste soltanto attraverso l'interpretazione della natura, qualunque essa sia, d'altronde [...] è lo spirito della natura che occorre trovare secondo i modi e le esigenze del soggetto, e anche del tempo. Ma sforzarsi di renderne strettamente la lettera è un errore grossolano".

Oggigiorno, certi calchi dal vero del XIX secolo continuano a sorprendere per la freschezza e vivacità delle pose del modello, sovente femminile, per la libertà e l'invenzione delle "inquadrature" scelte dal formatore. Di grande qualità sono in particolare i calchi di Geoffroy-Dechaume e di Vela – molti dei quali in mostra –, facenti parte dei nuclei forse più importanti di calchi dal vero ottocenteschi conservati ad oggi.

L'accusa, fondata o meno, di calco dal vero, estremo insulto alla creatività dell'artista, ha scandito la storia della scultura della seconda metà del XIX secolo. Questa polemica sorge a più riprese a proposito di ogni opera la cui fedeltà al reale oltrepassa i limiti della tradizione accademica; lo scultore è allora sospettato di includere direttamente il frammento di cui si è fatto il calco nella composizione della sua opera. Se alcuni artisti sono denunciati a giusto titolo, come Clésinger per la Donna morsa da un serpente  (1847) o Falguière per Cléo de Mérode  (1896), altri furono accusati a torto, ad esempio Rodin per L'età del bronzo  (1877) o il Vela per La preghiera del mattino (1846) e lo Spartaco (1850). Queste lamentele sottolineano parimenti le violente reazioni di una parte della critica di fronte alla generalizzazione dell'illusionismo in scultura, che conosce il suo apogeo nel corso degli anni 1880.

Se la tecnica del calco dal vero raggiunge gli obiettivi del realismo in scultura, essa sconfina parimenti nel campo della rappresentazione e dell'appropriazione del corpo umano o dei suoi frammenti, appropriazioni che delle discipline scientifiche, o certe considerate allora come tali, hanno provveduto a sistematizzare nel corso del XIX secolo con un fine didattico. A partire dagli anni 1840, si constata una proliferazione dell'utilizzo del calco dal vero in numerose discipline scientifiche. Per l'insegnamento o lo studio, frenologi, antropologi, medici, botanici, zoologi... prendono dei calchi e procedono a una quantità di impronte, come testimonia la collezione di patologie dermatologiche del museo dell'Hopital Saint-Louis, la collezione di legumi riprodotti tramite calco e dipinti al naturale dalla maison Vilmorin o le spettacolari impronte policrome di champignons riuniti al Museum d'Histoire naturelle di Nizza dal naturalista Jean-Baptiste Barla tra il 1855 e il 1895. La tecnica del calco fu largamente impiegata, riconfermando così la sola vocazione che ad essa concedevano i critici d'arte e gli scultori sospettosi: lo statuto di documento di lavoro.

In mostra ci sono circa 80 pezzi, di cui una decina di Vincenzo Vela riconducibili ad opere dello scultore in mostra permanente.

Tra i prestatori figurano il Musée d'Orsay, il musée Rodin, la National Portrait Gallery, Il Musée des Monuments français, il Musée Gustave Moreau 

Dr. Gianna A.Mina Zeni, curatore Museo Vela